(Giambattista Albrizzi, La città di Bari, 1761 in www.viaggioadriatico.it)

 

Tra XVI secolo e la seconda metà del XVIII secolo, la Terra di Bari tende a essere marginale per la vita del Regno di Napoli; poteri economici e politici si concentrano principalmente nella capitale, Napoli. La vita politico-amministrativa barese è nelle mani di poche e ristrette oligarchie di nobili e proprietari terrieri, ed è segnata da imposizioni fiscali, corruzione amministrativa e moti popolari, fomentati anche dalle continue carestie e pestilenze (importantissima quella del 1656-1657). E almeno fino al 1676 Bari continuano gli assalti dei Turchi, che destabilizzano la città.

Il governo della città è suddiviso tra Prima Piazza e Piazza Popolare. Il Sedile dei Nobili comprende le famiglie dei nobili patrizi discendenti da antiche famiglie greche, dalla burocrazia sforzesca e dai mercanti forestieri (per lo più lombardi e veneziani), che man mano avevano ottenuto lo status di cittadini e di di nobili. La Piazza Popolare è invece formata da dottori in legge, medici, fisici, mercanti e ricchi massari: zelanti cittadini che alla metà del 1700 iniziano ad avanzare pretese di inserimento nella Prima Piazza in quanto “nobili di governo”. La Bari dell’Antico Regime, pur tendendo a separare rigidamente ruoli e status dei singoli gruppi sociali, presenta un contesto socio-economico flessibile e aperto, perché di fatto tra nobiltà e ricchi mercanti e professionisti c’è continuità di pratiche e culture. In poco tempo mercanti e professionisti, che accumulano ingenti patrimoni immobiliari e fondiari, vengono inglobati nei ceti di governo, formando quella classe di burocrati che a partire dalla metà del XVIII secolo si impone sulla scena pubblica barese.

Nella Bari capoluogo di provincia della fine del Settecento, la vita politico-amministrativa è ormai in mano al ceto mercantile e a quello delle professioni, culturalmente e socialmente incisivi per ricchezza, funzioni e prestigio personale. La nobiltà di sangue, invece, vive un contestuale periodo di decadenza, in quanto vede i suoi patrimoni prosciugarsi e deve destreggiarsi con intrighi matrimoniali che non sempre sollevano le loro fortune. La città vede incrementare le sue funzioni politico-amministrative e organizza nuovi spazi del potere, vive un importante incremento demografico, con una conseguente ristrutturazione ed espansione urbanistica, e grazie alla costruzione di una fitta ed efficiente rete di strade rotabili viene collegata a tutti i centri della provincia, così da incentivare lo sviluppo delle attività commerciali e finanziare.

È in questo periodo che Bari riesce a imporre il suo controllo sui comuni della conca, quei 15 casali (Carbonara, Ceglie, Loseto, Triggiano, Valenzano, Noicattaro, Capurso, Modugno, Palo del Colle, Binetto, Bitetto, Birtritto, Canneto, Montrone, Cellamare) nei quali i nobili baresi possedevano proprietà terriere, nei quali i contadini residenti in città andavano a lavorare terre altrui e nei quali si producevano i beni primari (olio, mandorle, vino, fichi secchi, carrube, anisi, legumi, cotone, prodotti ortofrutticoli, carne e latticini) che non solo alimentavano i cittadini ma anche le attività commerciali verso l’esterno. Ed è lungo le strade che portano ai casali che i pastori baresi pascolano le loro pecore.

LA CITTA’ DEL COMMERCIO

Sin dal 1500 Bari è una città che vive grazie alle transazioni commerciali, alle attività della dogana e dei numerosi fondaci, piscine di olio e depositi di saccarie, e non per niente qui nascono le prime funzioni bancarie di deposito e anticipazione verso la metà del ‘700. Si giustifica così la massiccia la presenza di notai, procuratori, sensali di cambio, appaltatori ed esattori di dazi e di fiscali, commissari di fiscali, credenzieri di dogana, cancellieri, curiali e scrivani.

“Gli atti notarili e gli ‘apprezzi’ compilati tra Cinque e Seicento trasmettono l’immagine di una città che si distingueva da quelle limitrofe per la relativa vivacità e ricchezza delle sue botteghe stabili, nelle quali si vendevano beni di consumo analoghi a quelli commerciati nelle fiere. I carichi di ritorno delle navi olearie assicuravano ai mercanti baresi rifornimenti piuttosto regolari di tutti gli articoli indispensabili alla vita quotidiana e non reperibili sul posto, in quanto la produzione manifatturiera locale non era in grado di soddisfare integralmente, per quantità e qualità, le esigenze del mercato.” (da “Mercanti e pellegrini all’ombra della Basilica” di Elena Papagna e Saverio Russo, pag. 227, in Storia di Bari nell’Antico Regime vol. 1, Laterza, Bari 1991)

“Nella seconda metà del XVIII secolo diventa pienamente percepibile la presenza di un robusto e numeroso ceto locale di negozianti ‘di ragione’, di mercanti-armatori e di ‘padroni di barche’ spesso uniti in società di negozio che mobilitavano decine di migliaia di ducati” pag. 18 (da “Ceti e professioni a Bari nell’Antico Regime” di Angelo Massafra,pag. 18, in Storia di Bari nell’Antico Regime vol. 1, Laterza, Bari 1991). Protagonisti di attività commerciali in proprio sono anche vetturini e vaticali, i quali non si limitano a trasportare merci per conto altrui ma imparano a rischiare in proprio, per poi trarne i conseguenti vantaggi economici e di scalata sociale.

In una città che produce per lo più manufatti, semilavorati, e anche preziosi di oro e argento, altri gruppi sociali che si affermano sono i maestri d’ascia e i sarti; mentre falegnami, indoratori ed ebanisti sono molto richiesti in quanto produttori di oggetti di lusso per le case dei nobili e le chiese.

Alla fine del Settecento, oltre al commercio via mare e via terra dei generi alimentari provenienti dai casali, Bari controlla anche il commercio di importazione di manufatti e merci (tessuti, legname, semilavorati e manufatti ferrosi, droghe e beni di consumo qualificato e di lusso).

LE TRASFORMAZIONI URBANISTICHE

È alla fine del 1700 che Bari inizia a sentire la necessità di ampliarsi e di ristrutturare i suoi spazi urbani.

 Viene avanzata al re Ferdinando già nel 1790 la richiesta di autorizzazione per l’espansione urbana oltre le mura, con la realizzaizone di quello che diventerà il Borgo murattiano. Zona nuova della città che verrà occupata per lo più dall’alta borghesia del commercio e delle professioni.

Dentro le mura, tra i vicoli stretti della città medievale, restano a vivere i poveri contadini e artigiani, spesso in piccole case di poche stanze e talvolta in più famiglie, in pessime condizioni igienico-sanitarie e in una condizioni di affittuari piuttosto instabile, tanto che una stessa famiglia nella sua vita cambia più volte residenza, pur mantenendosi nei pressi del quartiere di appartenenza.

Anche i nobili restano nella città medievale, nei loro palazzi simbolo ancora di un certo prestigio e potere, mentre si procede a una sorta di restyling degli spazi abitativi. Nuove insulae monastiche e case palazziate “nascono dall’accorpamento di più unità abitative, ristrutturate e definite perimetralmente da ampi prospetti a più piani, mutando anche, se necessario, l’ordine dei vicoli, secondo un uso privatistico della viabilità (...) Dietro queste transazioni immobiliari ci sono le medesime famiglie, che creano le proprie case e, più vicine possibili, quelle dei loro figli cadetti e delle loro figlie, cioè i conventi. Questi assicurano istruzione e adeguata collocazione sociale, offrono rifugio ai perseguitati dalla legge e ospitalità agli illustri personaggi di passaggio in città, concedono all’occorrenza ingenti prestiti. Abati e badesse appartengono dunque alle famiglie più in vista e tendono a riproporre tra le mura claustrali il modo di abitare che hanno sempre conosciuto” (da “Urbanistica, architettura e arti visive” di Mariella Basile Bonsante e Luciana Cusmano Livrea pag. 315-316, in Storia di Bari nell’Antico Regime vol. 2, Laterza, Bari 1991).

E nello stesso tempo sorgono nuove chiese e molte altre vengono ristrutturate, prima fra tutte San Gaetano dei Teatini riconsacrata nel 1776.

 

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